Il progetto a Bangkok, ideato dalla sorella del fotoreporter Fabio Polenghi e condiviso con le autorità tailandesi, ora è fermo. La giornalista Luciana Borsatti ricostruisce le tappe

Elisabetta o “Isa” Polenghi, la sorella di Fabio che si batté tenacemente per un processo che accertasse chi era responsabile della morte del fratello, ottenne solo in parte giustizia quando i giudici di Bangkok stabilirono che ad ucciderlo, il 19 maggio 2010 mentre seguiva la fuga delle “camicie rosse” dall’assalto dell’esercito, era stato un un militare, senza tuttavia individuare responsabilità personali. Ma la sua battaglia perché il ricordo del fratello non si perdesse continuò anche dopo quella sentenza del 29 maggio 2013, finché lei stessa non morì a Milano, nemmeno un anno dopo, per un tumore. Il suo ultimo progetto era quello di costruire, proprio a Bangkok, un monumento per la libertà di informazione e la tutela dei diritti umani, in memoria non solo di Fabio ma anche di tutti i caduti sui fronti di guerra e in contesti difficili. E di tutte le altre vittime degli scontri in cui perse la vita il fratello, cominciati già alcune settimane prima e in cui morirono una novantina di persone.

“L’attuale governo thailandese – si legge nella presentazione del progetto, già pronto nell’estate del 2013 – ha dimostrato una solidarietà alle vittime che riteniamo sia espressione della volontà reale di riconciliazione, e un impegno che auspichiamo possa portare, in breve tempo, all’adesione della Thailandia alle convenzioni internazionali in difesa dei diritti umani come valido deterrente affinché non si ripetano più simili situazioni. Diversi gesti significativi sono stati compiuti in questa direzione non solo da parte del Governo e delle Istituzioni, ma anche da larga parte della popolazione thailandese, che esprime la volontà di perseguire obbiettivi importanti sulla libertà d’informazione e sulla tutela dei diritti umani”.

A capo del governo vi era all’epoca Yingluck Shinawatra, sorella dell’ex premier Thaksin deposto da un colpo di stato nel 2006 e punto di riferimento, benché in esilio, delle “camicie rosse”. Lei stessa sarebbe stata destituita nel maggio 2014 dalla Corte Costituzionale, e dopo alcuni mesi di reggenza da parte di un esecutivo ad interim vi fu un nuovo colpo di stato militare.

Ma intanto Elisabetta, sollecitata appunto da alcuni esponenti del governo e del parlamento tailandesi, aveva portata avanti il suo progetto, che prevedeva, accanto ad un monumento sull’acqua, anche un museo in un altro punto della città. Intitolato Frames. In memory of the loved ones, il progetto era stato subito tradotto in linguaggio architettonico dallo studio di Ettore Lariani (guarda le foto), e accompagnato da una piccola squadra che sommava diverse competenze anche nei campi della tutela dei diritti umani e della comunicazione. Il monumento era concepito come un portale sull’acqua, una cornice vuota in cui si stagliassero a scavo lettere di parole non compiute, secondo proporzioni analoghe a quelle della pellicola fotografica 24×36. Concepita per ergersi sul vasto specchio d’acqua ferma del Lumphini Park, la cornice, osservata dalla riva, doveva inquadrare diversi scorci dello skyline di Bangkok. E rinviare anche, con alcuni monocoli puntati dalla riva sul monumento, all’immagine del mirino, spiega Lariani parlando con Ossigeno per l’Informazione: quella dell’obiettivo della macchina fotografica di Fabio ma anche del fucile che lo ha ucciso. Il progetto, condiviso con le autorità tailandesi nella forma di ‘concept’ ma non ancora giunto alla fase esecutiva, si è poi fermato per la malattia e la morte di Isa e i mutamenti politici in Thailandia. Ma potrebbe ora intanto concretarsi in un plastico in 3D. E poi, chissà, trovare un futuro altrove.

di Luciana Borsatti


Leggi la storia di Fabio Polenghi qui.

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