In occasione del cinquantatreesimo anniversario della sparizione del giornalista Mauro De Mauro, Ossigeno-Cercavano la verità pubblica un piccolo estratto del libro “Mauro De Mauro: il grande depistaggio” (XL edizioni Sas, 2013, 158 pagine) di Franco Nicastro e Vincenzo Vasile. Le pagine che si riportano di seguito (pag. 145 e pag. 154) fotografano come lavorava il giornalista e in quale contesto si muoveva la sua difficile ricerca della verità. 

È giornalista a tutto tondo, De Mauro. Curioso, geloso delle sue fonti, attento alle necessità di una scrittura più moderna, e all’urgenza della cronaca incalzante. Con minuzia e passione, scrive e pubblica poi in un libro un bellissimo reportage di ricostruzione storica della rivolta palermitana del Sette e mezzo (1886), vicenda di sedizione popolare, ma anche di trame e pilotaggi reazionari. Si porta sulle spalle un grumo di drammi e di misteri. Ha in più degli altri, diversamente dagli altri, una sua personale – forse anche invidiata e chiacchierata – frequentazione con la palude cittadina, popolata da alcuni potenti personaggi dell’altra sponda politica, soprattutto democristiana, come anche da informatori e conoscenti che emergono dall’indistinta e sempre più ampia zona grigia che si estende tra il mondo della criminalità e quello della gente per bene.

Si trova a essere amico, o almeno a praticare, gente potente e in doppiopetto, come anche la fascia sociale borderline di una città che è cambiata sotto i suoi occhi. Dove l’ex vetraio Tommaso Buscetta va in smoking alla prima del Teatro Massimo con signora, sventolando i biglietti di invito procuratigli dal sindaco, Salvo Lima. Dove il più grande palazzinaro è un ex carrettiere, Ciccio Vassallo, che si dice sia prestanome dello stesso primo cittadino. E il Comune sforna in una notte quattromila licenze per la cementificazione, intestate a quattro capimastri nullatenenti.

La sua scrittura è senza chiaroscuri, un po’ all’americana – gangster-contro-tutti, corrotti-mele-marce – mentre lo scenario palermitano forse si presterebbe meglio alla densità tardo-illuministica e all’acribia archivistica di un Leonardo Sciascia e di Vincenzo Consolo, alla grafica grottesca e impervia di Bruno Caruso, alla solenne magniloquenza di Renato Guttuso. Tutti collaboratori di fascia alta, più o meno fissi, e più o meno generosi, del quotidiano democratico della sera.
Ma un giornale è un giornale, non è una conventicola di intellettuali o di politicanti. È fatto principalmente di notizie e immagini, titoli il più possibile brevi, periodi secchi, cronisti sempre più invisibili, capaci di scrivere e mandare messaggi intelligenti soprattutto tra le righe. Lo sa bene la direzione del giornale, lo sa bene il redattore-inviato di punta e di frontiera.

(…)

L’affaire De Mauro, il caso di un giornalista sparito nel nulla, torturato e ucciso, e poi di nuovo torturato e sfregiato dopo morto assieme al suo giornale vilipeso, soffocato dai più assurdi sospetti e messo sotto inchiesta, divenne così una specie di archetipo della cronaca e della storia contemporanea del nostro Paese: fu il primo dei grandi e aggrovigliati “misteri italiani”. Misteri che in natura non esistono, ma che – come questa e altre storie ci insegnano – sono il frutto di segreti e maneggi occulti, depistaggi e polveroni, giochi macabri di burattinai e burattini, spesso condotti sulla pelle della democrazia.

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