Il giornalista Franco Nicastro ha conosciuto Giovanni Spampinato, ha seguito le indagini e i processi ai responsabili della sua morte, è stato presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti della Sicilia, ha lavorato a L’Ora e al Giornale di Sicilia. Ha scritto questo ricordo per “Ossigeno – cercavano la verità”

OSSIGENO 26 ottobre 2023 – di Franco Nicastro – La storia del giornalista Giovanni Spampinato (LEGGI SU CERCAVANO LA VERITA’), assassinato a Ragusa il 27 ottobre 1972, si intreccia con la storia del giornale L’Ora di Palermo, di cui era il corrispondente.

Quel giornale praticava un giornalismo d’inchiesta e di denuncia, con caratteri assolutamente originali. In un’epoca in cui l’informazione politica era fatta per 1500 lettori (come acutamente spiegava in un saggio Enzo Forcella) e i giornali si rivolgevano comunque a un’élite, a Palermo c’era questo piccolo quotidiano del pomeriggio che, soprattutto durante la direzione di Vittorio Nisticò (1955-1975), parlava ai suoi lettori con il linguaggio e la concretezza dei fatti.

Nel lavoro di quella redazione si potevano riconoscere tanti altri caratteri che le davano un’identità molto forte: una tensione ideale, una visione etica del ruolo dei giornali e dei giornalisti, perfino una funzione pedagogica, come l’ha definita lo scrittore Michele Perriera.

In quella redazione c’era uno spirito di gruppo che cementava i rapporti umani tra i redattori e i collaboratori. Nel panorama siciliano l’esperienza dell’Ora si segnalava per questo modello giornalistico, disomogeneo rispetto alle altre testate. Per questo veniva colto come un’anomalia da contrastare e, quando necessario, da colpire.

Giovanni Spampinato aveva avuto il grave torto di avere trasferito la cultura professionale del giornale L’Ora nella realtà periferica di Ragusa, una città caratterizzata sì da un fervore laborioso e politico, ma anche e soprattutto da una stagnazione culturale. Le cronache di Giovanni Spampinato e lui stesso, interpretando quello spirito del giornale, entravano in aperto conflitto con lo spessore a volte scoraggiante del giornalismo di provincia che offriva uno specchio fedele al falso mito di Ragusa città “babba” e tranquilla, di comunità sana e unita, estranea alle drammatiche vicende della criminalità mafiosa e della corruzione politico-affaristica che si verificavano in altre parti della Sicilia.

Paradossalmente nel 1972 questa falsa maschera perbenista di Ragusa e della sua provincia non fu  intaccata neppure da un omicidio, quello di Angelo Tumino ex consigliere comunale del Msi, ucciso il 28 febbraio di quell’anno. Il quel fatto di cronaca nera si intrecciavano storie private, commerci e traffici misteriosi tra personaggi misteriosi: una sequenza di fatti che. fra l’altro, sfiorava uno dei rampolli più protetti della città, Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale.

Gli altri giornali avevano trattato quell’affare con il neutro distacco della cronaca basata sulle notizie ufficiali, applicando cioè la cifra informativa comune a molti giornali di quel tempo. Giovanni Spampinato invece se n’era occupato con una diversa sensibilità culturale e una forte curiosità professionale. Aveva pubblicato notizie attinte fuori dai canali ufficiali che facevano apparire quell’omicidio meritevole di una maggiore considerazione. Era stato subito isolato e messo nelle condizioni di non nuocere. E, nella logica di quel modo di trattare la cronaca locale, proprio lui era stato colpevolizzato, messo sotto accusa da una linea minimizzatrice, difensiva del buon nome della città, prontamente sposata da qualche giornale siciliano. Così chi, come lui, sollevava dubbi, indicava zone d’ombra, diventava colpevole e non vittima di accuse immotivate. Per fortuna il rovesciamento dei ruoli non superò l’esame della stampa nazionale che proprio in quegli anni, a partire dal Corriere della Sera, era attraversata da processi profondi di rinnovamento della cultura giornalistica e, in quel contesto, il modello di giornalismo di inchiesta dell’Ora trovava un ampio riconoscimento. Quel giornale di Palermo attaccava la mafia, denunciava il malaffare e la cattiva politica, svelava le trame del potere. Era una voce scomoda che rilanciava temi civili. Pur essendo uno dei giornali della galassia editoriale fiancheggiatrice del Pci, a quel quotidiano si riconosceva il primato di esercitare un giornalismo di cronaca e d’inchiesta di scuola anglosassone come un marchio di fabbrica.

In Italia in altri momenti sull’uccisione di un cronista di periferia era sceso il silenzio. Invece nel 1972 l’agguato contro il cronista di frontiera accese i riflettori del Paese. Cogliendo le motivazioni profonde del caso, Mario Genco, inviato dell’Ora a Ragusa subito dopo l’assassinio di Giovanni Spampinato, lo definì un “delitto in nome collettivo”. E c’era, in questo giudizio, simbolicamente descritto il giro delle coperture e delle solidarietà date all’assassino. Il fatto più significativo fu la reazione del mondo cattolico di Ragusa contro i giornali che, con le loro reticenze, avevano offerto una copertura a una classe di “intoccabili”.

Giovanni Spampinato e il suo giornale avevano indotto un’intera società a fare un doloroso esame di coscienza. E il magistrato Tommaso Auletta incaricato dell’inchiesta sul delitto Spampinato, disse del suo lavoro di cronista: “se non sono questi i compiti dei giornalisti allora si possono abolire i giornali”.

Nel 1972 questo giudizio poteva essere accolto come il patrimonio morale, e condiviso, di un paese moderno e maturo. A Ragusa non lo fu. Ci sono voluti non uno ma due delitti per cambiare quell’atteggiamento e frantumare il giro delle complicità sociali.

Il sistema di complicità e reciproche coperture imperante in quella città era stato messo in discussione dalle cronache puntigliose di Giovanni Spampinato che, come osservò ancora il magistrato Tommaso Auletta, non fu ucciso soltanto per ciò che aveva scritto sulle indagini per l’omicidio dell’ingegnere Angelo Tumino ma “per tutto quello che non aveva (ancora) scritto sulle trame dei fascisti e sui pericolosi traffici (…) nei quali erano coinvolti sia Tumino che Campria”.

Le trame nere erano uno dei temi forti trattati da Giovanni Spampinato, un tema su cui solo recentemente si sono riaccese attenzioni smarrite, avviando un supplemento di indagine sull’assassinio di Angelo Tumino, per cercare, dopo mezzo secolo di colmare lacune e disattenzioni investigative. Quelle che Giovanni Spampinato, fra il 1969 e il 1972 aveva indicato a caldo segnalando con coraggiosi articoli i legami locali della destra eversiva con la criminalità comune e con nuclei di mafia che si stavano consolidando proprio nella provincia “babba”. Erano i tempi della strategia della tensione e la Sicilia, come avevano rivelato le sue inchieste, era diventata il terreno in cui quelle trame eversive venivano sperimentate.

Non è difficile trovare in questo scenario una chiave di lettura della morte del cronista “Assassinato perché cercava la verità”, come titolò L’Ora. Quel titolo paradigmatico coglieva anche il destino di un’informazione che in questa ricerca ha il suo destino e può farlo cercando le notizie dove si trovano nascoste e approfondendole. FN

 

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