OSSIGENO 15 febbraio 2026 – La macchina da scrivere di Giancarlo Siani è la protagonista di un racconto teatrale, ideato dal giornalista e scrittore Giovanni Taranto. In “Lexikon 80” si intrecciano parola, emozione e riflessione sociale, in una forma narrativa inedita indirizzata soprattutto ai più giovani.
La rappresentazione, andata in scena per la prima volta il 10 gennaio 2026 al teatro San Francesco di Scafati, è curata dalla regia di Francalisa Malacario, che guida il cast de “Gli artisti Scalzi” composto da Giovanni Caso, Marianeve Vitiello, Antonio Annunziata, Cesare Ciaravola e Luigi Vitiello. La scenografia è di Raffaele De Cristofaro. L’opera è prodotta con il patrocinio di radiosiani.com e il patrocinio morale dell’Ordine dei giornalisti della Campania.
Ossigeno per l’informazione arricchisce la pagina dedicata a Giancarlo Siani sul portale Cercavano la verità, con il contributo di Giovanni Taranto che descrive questo lavoro, rievocando il legame con il cronista de Mattino ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985.
di Giovanni Taranto – «Se noi smettiamo di parlare, “loro”, le mafie, vincono due volte». Ho scritto queste parole nel testo di “Lexikon 80” perché sono convinto che il silenzio sia il miglior alleato di chi ha provato a spegnere la voce di Giancarlo il 23 settembre 1985. Sabato 10 gennaio, al Teatro San Francesco di Scafati, abbiamo riportato in scena quella voce, non per fare di lui un santino, ma per restituire la carne e il sangue di un cronista che cercava solo di fare bene il suo mestiere.
Al centro della scena, l’anima di Giancarlo stesso, portata sulle tavole del palcoscenico dalla sua vera Olivetti M80.
Il titolo della pièce che ho scritto su quella storia non è casuale: si ricollega proprio al nome della sua macchina da scrivere. Quello strumento era il suo prolungamento fisico, il mezzo con cui, a soli 26 anni, aveva messo nero su bianco verità che i clan non potevano tollerare. Giancarlo fu ucciso per aver svelato i retroscena del clan Nuvoletta, per aver scritto che i boss maranesi avevano venduto alle forze dell’ordine l’allora capoclan latitante di Torre Annunziata, Valentino Gionta. Durante tutta la sua – purtroppo breve – carriera, aveva anche denunciato gli affari e le connivenze tra politica e clan camorristici, in particolare a Torre Annunziata, e i grandi interessi sulla ricostruzione post-terremoto.
Una “piazza” quella torrese, che lui, io, e un pugno di altri colleghi, abbiamo vissuto come una trincea di frontiera.
Ho conosciuto Giancarlo all’inizio degli anni ’80. Per me, allora liceale al “Benedetto Croce”, lui era il cronista “arrivato” del grande quotidiano. Fu lui a spiegarmi, con un misto di pazienza e amarezza, che era invece un “abusivo”, un “negro” della redazione che lavorava sodo per compensi da fame. Mi aprì gli occhi su una professione che avevo idealizzato e che lui mi mostrò nei suoi aspetti più crudi e, infine, tragici.
Ricordo ancora quando gli dissi che avrei fatto il giornalista: mi chiese “Sei sicuro di volerlo fare?”, avvertendomi che scrivere di camorra vivendo a Torre Annunziata era da pazzi. Eppure lui lo faceva. Venendoci giorno da Napoli. Prese perfino la residenza a Torre pur di poterne scrivere. Seguirlo, fu per me istintivo, necessario, giusto. Naturale. Da neo patentato, gli invidiavo la sua Mehari, simbolo di libertà; mi promise spesso di farmela guidare, ma non accadde mai. Quando morì, ebbi la sensazione che anche quell’auto fosse morta con lui. Dopo il suo assassinio, mi buttai a capofitto nella cronaca nera quasi per sfida, forse, inconsciamente, per non darla vinta alla paura. E quante volte mi sono ritrovato Giancarlo accanto, in tanti modi. Come quando, nella sede di Metropolis, dove fu girata parte del film “E io ti seguo”, la scrivania di Giancarlo fu ricreata proprio accanto alla mia.
Portare oggi in scena “Lexikon 80”, curato da Gli Artisti Scalzi con la regia di Francalisa Malacario, è stato un momento di riflessione profonda. Vedere in sala la commozione del fratello di Giancarlo, Paolo, e il dottor Armando D’Alterio, il pm che, affiancato da investigatori di enorme spessore come il commissario Giuseppe Auricchio, con caparbietà risolse il caso, portando a condanne definitive per mandante ed esecutori, mi ha confermato l’importanza di non abbassare la guardia. D’Alterio ha avuto parole lusinghiere per lo spettacolo, e questo, per chi come me ha seguito passo dopo passo ogni sviluppo dell’inchiesta e poi i processi, udienza dopo udienza, ha un valore immenso.
Nel mio percorso di quarant’anni nel giornalismo, ho vissuto sulla mia pelle l’aggressività dei clan: minacce, aggressioni, proiettili a domicilio, la vigilanza delle forze dell’ordine. Più di una volta ho avuto paura, e non solo per me o per la mia famiglia, ma anche quando, da direttore, ho dovuto mandare giovani colleghi a seguire piste pericolose. In quei momenti, il ricordo di Giancarlo è stato il mio giubbotto antiproiettile morale. Mi ha impedito di fare un passo indietro, perché mollare avrebbe significato tradire non solo un amico, ma la dignità stessa di questa professione, ma mi ha anche spinto a fare in modo che ogni redattore o corrispondente che inviavo sul campo fosse adeguatamente tutelato.
Ai ragazzi che da anni incontro nelle scuole per parlare di giornalismo, legalità, giustizia – gli stessi temi che cerco di trattare nei miei romanzi, usando il “giallo” per spiegare i temi più crudi della lotta alla criminalità – dico sempre di non pensare a Giancarlo come a un’icona astratta. Era un giovane motivato e capace che cercava con profonda serietà la sua strada “strada facendo”, con curiosità e ostinazione. Se non lo avessero fermato, oggi sarebbe un collega con quasi cinquant’anni di carriera alle spalle, magari con la sua vecchia Mehari ancora nel cuore.
“Lexikon 80” è stato il mio modo per dire che il “caso Siani” non dovrebbe esistere: dovrebbe esistere solo Giancarlo. Tenere viva la sua memoria anche attraverso il teatro è per me un atto di giustizia necessario, affinché la sua sete di verità continui a camminare sulle gambe di chi, oggi, sceglie di non restare a guardare.
(Foto in copertina: dal profilo Facebook di Paolo Siani)